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È dedicato a Tom Benetollo, protagonista e guida di battaglie per la pace, prematuramente scomparso.
Roma, 21 aprile 2008
| Cinema, Futurismo, futurismi - Introduzione alle due giornate di convegno |
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Quando abbiamo accettato l’invito da parte del Comune di Roma (che ringraziamo qui nella figura di Giuliano Compagno) di organizzare un convegno sui rapporti tra il Futurismo e il cinema, abbiamo subito pensato che queste giornate di studio non potevano essere circoscritte solo ad un approfondimento di tipo storico sui film realizzati nell’ambito del movimento di Marinetti e compagni. Anche perché - come tutti sappiamo - ben poco è stato fatto e pochissimo è rimasto.
Ma la motivazione più importante per - diciamo così - espandere il tema del convegno oltre i confini cronologici e contenutistici, è dettata proprio dalla natura stessa dell’estetica futurista: quella di aver teorizzato il futuro dell’immagine in movimento, in un’ottica di relazione con gli altri media - che per noi oggi appare tanto privilegiata quanto scontata -, superando la narrazione e mettendo lo spettatore al centro del quadro e dunque anche dello schermo (da qui il titolo del convegno); rendendolo partecipe sensorialmente della creazione artistica e, quindi, anticipando l’interattività, ragionando in termini esplicitamente “ipertestuali”. Anche nel campo dell’audiovisivo, insomma, così come in quello della pittura, della scultura, dell’architettura, della musica, del teatro, della radio, della grafica, della moda, della pubblicità, ecc. i futuristi hanno gettato le basi per una rivoluzione, a cominciare dal modo di percepire l’arte con tutti e in tutti i sensi. Parlare di cinema e Futurismo, vuol dire dunque parlare non solo di quello che è successo tra gli anni’10 e gli anni ’30, ma soprattutto riflettere su ciò che sta avvenendo in questi anni, e cioè al ripensamento dello statuto dell’immagine in movimento. Se, quindi la prima giornata del convegno sarà più incentrata sul passato con l’intervento di studiosi come Lista, Aprà, Bertetto e Catanese, tentando di definire altresì la funzione sociale di avanguardia (Riccioni), la giornata del 2 aprile allargherà l’orizzonte analizzando gli sviluppi delle teorie futuriste nel campo videografico (Lischi) o della performance nella rappresentazione audiovisiva (Cresci) o - a livello di genere - della science-fiction (Vitucci), ma soprattutto chiamando in causa alcuni sociologici (Ferrarotti e Abruzzese) e quindi inscrivendo l’esperienza del Futurismo nel quadro dei processi di comunicazione e nel sistema del media più in generale. Per rendere più dinamica la struttura del convegno abbiamo deciso però di non accorpare gli interventi da un lato e le proiezioni dall’altro, spostandole in orari serali. Ma di intervallare le parole alle immagini, chiamando gli studiosi non tanto o non solo a concepire delle relazioni, quanto a realizzare delle introduzioni. Prima ancora del Manifesto della cinematografia del 1916, già nel Manifesto tecnico della Letteratura futurista del 1912 Marinetti scriveva: «Il cinematografo ci offre la danza di un oggetto che si divide e si ricompone senza intervento umano. Ci offre anche lo slancio a ritroso di un nuotatore i cui piedi escono dal mare e rimbalzano violentemente sul trampolino. Ci offre infine la corsa di un uomo a 200 chilometri all’ora». L’animazione di oggetti a passo uno, l’immagine al reverse, l’accelerazione, sono tre procedimenti tecnici che sono ormai dei classici del cinema e che negli anni ’10 apparivano come trucchi straordinari in grado di presentare (di rappresentare) la realtà come qualcosa di infinitamente manipolabile. Oggi basta accendere il canale satelllitare MTV Brand New a qualsiasi ora del giorno per vedere video musicali di carattere decisamente sperimentale, molti dei quali interamente costruiti sulla stop motion di oggetti, sull’immagine all’incontrario, su continue accelerazioni. Potremmo dire che le infinite possibilità del dispositivo di cui parlava Marinetti nel 1912 e che sono state poi ampiamente esplorate dal cinema d’avanguardia degli anni ’10 e ’20, oggi continuano a predominare nelle opere della sperimentazione audiovisiva; ne sono diventate anzi il contenuto stesso, il fulcro narrativo, per così dire. Discutere oggi su cinema e Futurismo vuol dire ragionare sul dispositivo e sulle sue evoluzioni. E me ne sono reso conto sempre di più leggendo in questi giorni il saggio di David Rodowick Il cinema nell’era del virtuale (pubblicato da Olivares), in cui lo studioso americano dice: «Ciò che definisce un medium moderno è la nostra consapevolezza che esso occupa uno stato continuo di autotrasformazione e di informazione che precede le nostre percezioni e le nostre idee». Uno dei punti chiave su cui vorrei si soffermasse l’attenzione in queste due giornate - grazie agli illustri ospiti convenuti - è proprio la relazione tra la teoria futurista e la pratica, cercando di ricostruire lo sforzo che Marinetti, Ginna, Corra e gli altri fecero per comprendere non solo cos’era il cinema ma soprattutto in cosa si poteva trasformare, allontanandolo dal teatro e dalla letteratura e avvicinandolo a forme espessive “antipassatiste” e soprattutto “antinarrative” come la pittura e la musica. Un secolo dopo - ed è per questa ragione che un convegno del genere ci sembra importante - ci ritroviamo a parlare più o meno delle stesse cose. Cos’era il cinema? e soprattutto Che cosa sta diventando? Oggi il digitale ci pone nuove e complesse domande a livello ontologico, a livello del dispositivo e del suo funzionamento. E oggi come ieri gli studiosi di cinema, anzi di immagine in movimento, si trovano confusi, smarriti, navigano in un mare incerto. Chissà se alcune delle risposte ai quesiti del post-cinema non possano derivare proprio dalla ricostruzione storica e dalla riflessione sul Futurismo che si svolgerà in queste due giornate. Buon Lavoro a tutti Bruno Di Marino |
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...onestamente, ad una bambina di 3 anni può dare fastidio l...
Cara Valentina, continueremo a programmarlo - solo al pomer...
è un film molto bello: tiene incollati allo schermo fino all...